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Living architecture, che cos’è e perché rappresenta il modo di progettare del futuro

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Dall’integrazione di sistemi viventi ai materiali coltivati, l’architettura sta ridefinendo il proprio rapporto con tempo, clima e biodiversità. 

Oltre il verde decorativo: definizione e contesto 

Nel dibattito contemporaneo, il termine living architecture viene spesso usato in modo improprio per indicare edifici con facciate verdi o tetti giardino. In realtà il concetto è più profondo e strutturale. La living architecture descrive un approccio progettuale che integra sistemi biologici e processi naturali nella concezione stessa dell’edificio, trattando l’architettura come un organismo in relazione attiva con l’ambiente. 

Questo paradigma nasce dall’urgenza climatica, dall’incremento delle isole di calore urbane, dalla perdita di biodiversità e dalla necessità di ridurre l’impatto energetico del costruito. Interviene quindi sulla mitigazione dei danni, ma soprattutto ripensa il ruolo dell’edificio come infrastruttura ecologica capace di contribuire alla qualità ambientale, alla rigenerazione urbana e al benessere collettivo. La living architecture rappresenta quindi una revisione dei fondamenti del progetto. 

Vertical forest e densità urbana: il verde come struttura 

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Uno dei casi più emblematici è il Bosco Verticale a Milano, progettato da Stefano Boeri Architetti e completato nel 2014. Le due torri ospitano circa 800 alberi e oltre 15mila tra arbusti e piante perenni. Il dato interessante è sul metodo del progetto, in quanto la selezione botanica è calibrata in base a esposizione, vento, manutenzione e ciclo stagionale. Il sistema vegetale diventa parte integrante della strategia energetica, contribuendo all’ombreggiamento, alla riduzione delle polveri sottili e al miglioramento del microclima. 

L’evoluzione di questo modello è visibile in progetti più recenti come Wonderwoods a Utrecht, inaugurato nel 2025. Qui la forestazione verticale si inserisce in un complesso misto che combina residenze, uffici e spazi pubblici, portando oltre 50mila piante su due torri in un contesto ad alta densità. L’obiettivo è ambientale e di riqualificazione urbana per creare continuità tra spazio pubblico e natura, integrando biodiversità in ambiti centrali della città. 

In questi casi il verde rappresenta una componente strutturale che modifica la gestione, la manutenzione e la percezione stessa dell’edificio. 

Facciate bioattive, energia e metabolismo 

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Un secondo filone della living architecture riguarda le cosiddette biofacciate. Un esempio pionieristico è il BIQ House di Amburgo, sviluppato con il sistema SolarLeaf dalla società di ingegneria Arup: la facciata integra fotobioreattori contenenti microalghe che, attraverso la fotosintesi, producono biomassa e contribuiscono alla regolazione termica dell’edificio. 

Il principio è radicale in quanto la pelle dell’edificio diventa un dispositivo metabolico che trasforma luce e calore in energia. L’involucro assume una dimensione produttiva, inserendo processi biologici nel ciclo energetico. Sebbene questi sistemi siano ancora sperimentali e complessi da gestire, rappresentano un cambio di prospettiva, con l’architettura che invece di consumare risorse, ne genera di nuove. 

Materiali coltivati e living architecture: il micelio e la biofabbricazione 

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La living architecture si estende anche al campo dei materiali. Il micelio, struttura filamentosa dei funghi, è al centro di numerose ricerche per la produzione di biocompositi. Coltivato su substrati organici, può essere modellato in pannelli e componenti strutturali leggeri, isolanti e biodegradabili. 

Studi come BIG con il padiglione I AM MSHRM o Henning Larsen con il progetto Growing matter(s) hanno esplorato il potenziale di questi materiali in contesti sperimentali. La differenza rispetto ai materiali tradizionali è sostanziale. Il componente non viene coltivato e Il ciclo di vita, la provenienza e lo smaltimento entrano a far parte del progetto fin dalle prime fasi. Questo approccio apre a una revisione delle filiere produttive e introduce un concetto di architettura temporale, dove la materia evolve e si integra nei cicli naturali. 

Biorecettività e superfici viventi 

Un ulteriore ambito di ricerca riguarda i materiali biorecettivi, come alcune tipologie di calcestruzzo progettate per favorire la crescita di muschi e microrganismi senza compromettere la durabilità strutturale. L’idea è trasformare superfici in habitat controllati, contribuendo alla biodiversità urbana e alla regolazione termica. Qui emerge una questione culturale: accettare che l’edificio cambi nel tempo. La patina, la crescita organica, la variazione cromatica diventano parte del linguaggio architettonico. 

Living architecture: manutenzione, gestione e responsabilità 

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La living architecture introduce anche nuove complessità operative. L’integrazione di sistemi vegetali e biologici richiede competenze multidisciplinari con l’intervento di botanici, ingegneri ambientali e agronomi. La manutenzione diventa parte integrante del progetto, da considerare già in fase progettuale. Questo comporta costi, responsabilità e una pianificazione a lungo termine. Tuttavia, in contesti urbani soggetti a surriscaldamento e inquinamento, l’investimento può tradursi in benefici ambientali e sociali misurabili. 

Una nuova estetica della trasformazione 

Dal punto di vista culturale, la living architecture propone un’estetica della trasformazione. L’edificio diventa infatti un sistema dinamico che dialoga con stagioni, clima e tempo. Il tema assume poi una dimensione ulteriore: il lusso contemporaneo si sposta verso esperienze connesse alla natura e al benessere ambientale. Hotel, residenze e spazi pubblici integrano vegetazione, ventilazione naturale, materiali bio-based per offrire ambienti più salubri e sensorialmente ricchi. Questo è sicuramente un impulso che porterà allo sviluppo di nuovi sistemi nel futuro prossimo. 

Perché la living architecture rappresenta il futuro del progetto 

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La living architecture è un orientamento culturale e tecnico che ridefinisce il ruolo dell’architettura nella città contemporanea. In un contesto di crisi climatica, densificazione urbana e trasformazione tecnologica, progettare significa orchestrare sistemi complessi, mettendo a sistema energia, acqua, biodiversità e comfort. L’edificio è così un nodo di reti ambientali più ampie. 

Il futuro del progetto si gioca sulla capacità di integrare competenze diverse e di accettare che l’architettura non sia più un oggetto concluso, ma un processo in evoluzione. La living architecture propone proprio questo: un modo di costruire che incorpora vita, tempo e responsabilità ambientale come parte integrante del disegno.