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Architettura e design circolare, quando la progettazione è fatta per durare

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La parola circolare è entrata da tempo nel lessico del progetto, ma spesso resta confinata alle dichiarazioni di principio. In realtà, la ricerca sulla durata attraversa la storia dell’architettura e del design in modo costante. Oggi riemerge con urgenza di fronte a una crisi ambientale che impone di ridurre sprechi, demolizioni premature e prodotti pensati per esaurirsi in poche stagioni. Tornare alla lunga durata significa guardare al progetto come a un sistema aperto, capace di adattarsi, essere riparato, riusato e reinterpretato. 

Franco Albini e la coerenza come forma di resistenza 

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Franco Albini è un punto di partenza fondamentale per questa riflessione. Nei suoi interni e nei suoi arredi, la questione della permanenza è tutt’altro che un tema accessorio e si rivela come conseguenza diretta del rigore strutturale. La Libreria Veliero, pensata negli anni Quaranta per la casa dei Ferrovieri a Milano e poi ripresa da Cassina, è un esempio emblematico: una struttura a tiranti, fatta di esili montanti, cavi, mensole in vetro, che rimane stabile grazie a un equilibrio calibrato. È un mobile che dichiara la propria logica costruttiva e che proprio per questo resiste al tempo. La sua longevità nasce dalla coerenza fra funzione, struttura e spazio. 

Lo stesso accade nelle sue architetture. Nei musei, negli allestimenti, negli interni per le banche, Albini pensa a sistemi che possano essere aggiornati, spostati, adattati a nuove esigenze. La reversibilità degli elementi, la leggerezza, la capacità di sottrarsi all’ingombro permanente anticipano temi oggi al centro del dibattito sulla circolarità. Si riduce al minimo ciò che viene fissato in modo irreversibile, si lavora per componenti e si considera la manutenzione come parte integrante del progetto. 

Dalla conservazione alla trasformazione dell’esistente 

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Il passaggio al presente rappresenta un’estensione di questa attitudine. La circolarità contemporanea, infatti, riguarda la struttura complessiva del ciclo di vita. Studi come Lacaton & Vassal hanno costruito una pratica intera sull’idea che il patrimonio esistente sia una risorsa da trasformare, piuttosto che un ostacolo da rimuovere. Gli interventi sulle grandi residenze sociali francesi, con l’aggiunta di serre abitative e nuovi involucri, mostrano come l’ampliamento e la riqualificazione possano sostituire la demolizione, migliorando il comfort e prolungando la vita degli edifici. 

Architettura e design circolare: il prodotto e logiche di smontaggio 

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Sul versante del design di prodotto, il tema si traduce in sistemi modulari, arredi smontabili, componenti pensati per essere sostituiti singolarmente. Enzo Mari con i progetti di Autoprogettazione aveva già indicato una strada possibile: oggetti costruiti con elementi standard, facilmente riparabili e ricostruibili. Oggi diversi brand riprendono quella lezione, offrendo collezioni in cui le parti sono numerate, documentate, rese disponibili nel tempo. In questo modo la rottura di un elemento non segna la fine del prodotto, ma apre la possibilità di intervenire senza generare rifiuti. 

Materiali tracciabili e cicli di vita estesi 

Anche i materiali assumono un ruolo diverso. Legni certificati e riutilizzati, metalli riciclati, biocompositi a base vegetale entrano nei capitolati come componenti di un sistema misurabile. La circolarità, in questo senso, si lega al monitoraggio: passaporti dei materiali, tracciabilità e simulazioni del ciclo di vita consentono di prevedere come l’edificio potrà essere smontato, riconvertito e trasformato fra trent’anni o più. L’idea di fine vita lascia spazio così a una sequenza di passaggi, in cui la materia continua a circolare. 

Architettura e design circolare: gli spazi di lavoro come infrastrutture modificabili 

Nei progetti più recenti, la durata coinvolge anche gli interni e l’arredo su larga scala. Uffici, spazi di lavoro e ambienti pubblici vengono pensati come infrastrutture modificabili. Pareti mobili, divisori vetrati riutilizzabili, controsoffitti e pavimenti tecnici progettati per essere aperti e richiusi molte volte riducono l’impatto di ogni trasformazione funzionale. Piuttosto che essere congelati in una configurazione definitiva, gli spazi nascono già pronti per migrare attraverso diversi usi, aziende e modi di vivere il lavoro. 

C’è poi un livello più sottile, che riguarda il linguaggio. Un oggetto o un edificio durano anche quando riescono a sottrarsi alla moda del momento, costruendo un rapporto più lungo con chi li abita. In questo senso la lezione di Albini rimane attuale: proporzioni e dettagli che non cercano protagonismo, ambienti che si adattano a nuovi arredi, nuovi corpi e tecnologie inedite, senza perdere senso. La circolarità passa anche da qui, dalla capacità di non saturare la scena con forme destinate a stancare rapidamente. 

Progettare il futuro senza distruggere 

L’aspetto forse più interessante di questa stagione è che il tema della durata viene percepito come un campo di sperimentazione. Progettare per il riuso significa immaginare scenari futuri, considerare l’edificio e l’oggetto come materiale in attesa di nuove configurazioni. Nei laboratori universitari, nei centri di ricerca e negli studi di architettura si lavora a giunti reversibili, sistemi di aggancio e cataloghi di componenti pensati per essere smontati senza danni, per trasformare senza distruggere. 

Una postura critica per il progetto contemporaneo 

Architettura e design circolare, allora, coincidono con una postura critica. Richiedono tempo, capacità di dialogare con chi gestirà gli spazi, attenzione alle filiere produttive e alle conseguenze di ogni scelta. In un mercato ancora dominato dalla logica del nuovo a tutti i costi, insistere sulla durata significa restituire peso al progetto e riportarlo al suo ruolo originario. In questo orizzonte, la lezione di Franco Albini e di molte esperienze contemporanee converge nel pensiero che, ciò che è pensato per durare non smette di cambiare, semplicemente lo fa senza sprechi.